Dream Theater: Systematic Chaos

Dopo due anni dal discusso “Octavarium” e con una nuova casa discografica (la Roadrunner Records, che annovera tra i suoi artisti svariate band metal di successo), i Dream Theater sono tornati in scena con un nuovo album che, come sempre, è stato molto atteso da tutti i fan.
Vi è senza dubbio un enorme cambio di stile rispetto ad “Octavarium” che a parte la lunga suite da 24 minuti finale non era riuscito a convincere molto; un misto tra la genialità di “Scenes From a Memory”, la durezza di “Train of Thought”, e qualche elemento di “Six Degrees of Inner Turbulence” rendono questo cd parecchio interessante, anche se alla fine non si può e non si deve forzatamente far coincidere questo nuovo album con lavori del passato.
Analizziamo ora tutte le tracce che compongono l’album una per una.
In The Presence Of Enemies Pt. 1: __
Inizio davvero brillante, quel prog rapido e coinvolgente nota per nota colpisce fin da subito; il cantato si fa attendere per qualche minuto, durante i quali si resta facilmente presi dalla parte strumentale, gran riff di Petrucci e inserimenti grandiosi di un Rudess in gran spolvero; l’arrivo della parte vocale di LaBrie risulta ben immesso e altrettanto ben cantato, mentre la parte finale con un crescendo di ritmo non lascia calare l’attenzione dell’ascoltatore.
“Sorprendente”
Forsaken: __
Intro al pianoforte seguito immediatamente da un riff semi-distorto e dal ritorno della tastiera di Rudess, con un LaBrie particolarmente dolce che ricorda lo stile degli Evanescence e band simili; pochi elementi prog nella melodia che resta comunque piacevole e accompagnata da un cantato ancora molto preciso. L’assolo di Petrucci dopo la metà mette la sua firma anche su questo brano.
“Gradevole”
Constant Motion: __
Prima canzone particolarmente “dura” del cd, sound che ricorda i Metallica con l’aggiunta di elementi progressive tipici dei DT. Anche la voce di LaBrie si è adattata allo stile della canzone, con l’aiuto di Portnoy in seconda voce; riff di Petrucci molto pesanti accompagnati dalla tastiera di Rudess anche se non troppo influente; dai 4 minuti in avanti si ritrova lo spirito prog della band e il Petrucci solista che conosciamo, seguito da uno splendido assolo di Rudess; buonissima anche la parte di batteria magistralmente gestita da Portnoy.
“Movimentata”
The Dark Eternal Night: __
Pezzo sicuramente strano, ancora più duro del precedente per certi tratti, con un inizio vocale spaventoso, voci di LaBrie e Portnoy distortissime. Veloce e duro allo stesso tempo questo brano è forse il più pesante mai prodotto dalla band, si potrebbe definire una sorta di Heavy\Trash Progressive! Durante il ritornello comunque LaBrie fa buon uso delle sue corde vocali, sempre con l’accompagnamento di Portnoy che in questo album fa uso della voce più che nei precedenti.
In questo brano si possono riconoscere influenze di “The Glass Prison” ma forse ancora di più di “The Dance Of Eternity” seppure con uno stile decisamente più duro. Da notare la spaventosa parte strumentale da poco prima di 6 minuti in avanti, dove l’abilità tecnica, in particolare di Portnoy, viene sfruttata pienamente. Nel complesso una volta digerito questo brano risulta pieno di carica e al tempo stesso molto tecnico.
“Impressinante”
Repetance: __
Quarta parte della saga sull’alcolismo scritta da Portnoy: questa volta si tratta di una canzone lenta, che ricorda lo stile dei Pink Floyd. Le prime battute riprendono il tema di “This Dying Soul” di ToT, sia musicalmente che come testo; la canzone pare ben posizionata all’interno dell’album in quanto serve a dare un po’ di respiro all’ascoltatore dopo le due precedenti; il pezzo si articola su atmosfere intriganti seppur non movimentate, sempre buono l’accompagnamento di batteria e chitarra, carino l’assolo a metà canzone, e in particolare la voce di LaBrie che dona un certo fascino al tutto.
Prima dei 6 minuti vi è il tipico utilizzo di parti parlate già provato in vari lavori precedenti, seguiti da accompagnamenti vocali di LaBrie privi di testo e da un’altra sezione parlata.
“Tranquillizzante”
Prophets Of War: __
Altra traccia particolare dell’album, inizio in stile Muse e con un LaBrie che sfrutta la parte alta della sua estensione vocale; dopo il primo minuto si aggiunge il riff di Petrucci e una voce di Portnoy ancora una volta distorta ad accompagnare il cantato di LaBrie. Melodia leggera e lineare, che viene però sorprendentemente decorata con la voce del pubblico (alcuni fans invitata in sala di registrazine) che scandisce in coro alcune parole chiave (vi lascio perciò immaginare questo pezzo dal vivo!).
Inedito dal minuto 4 in avanti il cantato di Portnoy che ricorda quasi un rap anche se in tonalità molto bassa; successivamente ancora LaBrie e il pubblico.
“Coinvolgente”
The Ministry Of Lost Souls: __
Questa canzone si articola tendenzialmente in due parti, la prima più lenta e struggente mentre la seconda più incalzante e tecnicamente eccellente.
Inizio epico grazie alle note di tastiera di Rudess accompagnato dagli altri, ma dopo una splendida sezione di chitarra acustica comincia il cantanto di LaBrie: maestosa la sua interpretazione, quasi commovente, secondo me ai livelli di “The Spirit Carries On”.
Prosegue la melodia che coinvolge sempre di più col passare dei minuti in un crescendo, anche grazie all’accompagnamento della batteria e della tastiera fino al minuto 7, dove improvvisamente la canzone cambia volto: il sound del progressive sale maestoso in cattedra con un riff da brividi di Petrucci che interrompe quell’atmosfera sognante di alcuni secondi prima, eccellenti anche gli assoli di Rudess e grande l’accompagnamento del basso di Myung.
Dal minuto 11 viene ripreso il tema della prima parte e vi è il ritorno del cantato in un’atmosfera ora più vivace, il brano si conclude sfumando la melodia in maniera molto tenue.
“Sublime”
In The Presence Of Enemies Pt. 2: __
L’inizio riprende l’atmosfera tetra (il suono del vento) con cui ci aveva lasciati la Part One, le prime note di tastiera mettono una sensazione di inquietudine fino all’arrivo della voce di LaBrie, sempre molto intensa.
Dopo due minuti e mezzo si aggiunge il basso di Myung che dà una notevole profondità all’accompagnamento della tastiera, successivamente a 3.20 la canzone si accende, come al solito grazie alla chitarra di Petrucci, e la voce di LaBrie diventa improvvisamente “cattiva” per alcune battute alternandosi al più classico timbro dolce.
Dopo il minuto 6 un improvviso cambiamento anche questa volta, l’ingresso, anche qui improvviso, del coro del pubblico quasi ad esaltare l’imponente accompagnamento di Petrucci e Myung alla parte vocale più entusiasmante di LaBrie. Davvero notevoli le evoluzioni in puro stile progressive di Portnoy e compagni in questi minuti di canzone, degne sicuramente di competere con i migliori pezzi di “Scenes from a Memory”. Dopo la lunga parte strumentale ritorna il cantato di LaBrie per gli ultimi due minuti, accompagnato da un sound solenne grazie in particolare alla tastiera di Rudess.
La fine della canzone, e dell’album, sono ancora governate dalla batteria di Portnoy.
Questo brano, con il precedente, lotta a mio parere per il titolo di migliore del cd.
“Epica”
Conclusioni.
Chissà, forse i Dream Theater potevano sembrare finiti con “Octavarium”, ma con questo album sembra che vogliano dimostrare che hanno ancora voglia di stupire e di sperimentare, e secondo me ci sono riusciti.
Voto globale: 8,5